Grandi rifiuti per grandi scrittori

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blocco-scrittoreTanti scrittori emergenti hanno dovuto fare i conti con ostacoli e rifiuti, prima di riuscire ad affermarsi, e tante opere hanno fatto fatica ad essere apprezzate, prima di diventare dei best seller. Qualche esempio? “Non adatto al mercato dei giovani” era il lungimirante giudizio che accompagnava il rifiuto di “Moby Dick”, il celebre libro di Melville. E ancora, “Il suo libro non interessa a nessuno”, disse la W.H. Allen&Company a Frederick Forsyth, rifiutandosi di pubblicare “Il giorno dello sciacallo” (oltre dieci milioni di copie vendute nel mondo). Dovette sopportare ben otto no, anche Jeanne K. Rowling, prima che un editore, il nono, le proponesse di lanciare, con una piccola tiratura, le avventure di Harry Potter. Il resto è storia. A sei zeri.
Altri rifiuti editoriali eccellenti? “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez venne rifiutato dalla Seix Barral di Barcellona, “Il gabbiano Jonathan Livingston” fu rifiutato da diciotto case editrici negli Stati Uniti, e il primo libro con protagonista Sherlock Holmes fu rifiutato da ben tre editori “Tornava indietro con la precisione di un piccione viaggiatore” ricorda il suo autore, Arthur Conan Doyle.
Anche l’Ulysse di Joyce fu rifiutato da una editor della Hogarth Press,che trovò il libro di una “noia mortale” e si disse “Irritata da questo liceale a disagio che si gratta i foruncoli”. Per la cronaca, l’editor in questione, era Virginia Woolf.
“E’ una storia anticommerciale” dissero de “L’ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafón, cui predissero una tiratura di tre copie. Ne venderà otto milioni.                                                                                                       “Ho trovato il suo manoscritto buono e originale. Ma dov’è buono, non è originale. E dove è originale, non è buono”. Ecco il caustico biglietto con cui Samuel Johnson, saggista e critico letterario, liquidava i manoscritti degli autori esordienti.

Ma veniamo all’Italia. “Una nebbia di parole” fu il giudizio di Lioncurti della casa editrice Sapienza per bollare “Gli indifferenti” di Alberto Moravia, mentre a Pasolini Mondadori rifiutò la pubblicazione della raccolta di versi “L’ usignolo della Chiesa cattolica”. Anche “Il padrino” di Mario Puzo collezionò molti rifiuti illustri (Rizzoli, Mondadori, Bompiani e Feltrinelli) e tutti riportavano più o meno le stesse parole: “volgarità”, “crudezza”, “violenza”, “grossolanità”. Più nota è di certo la vicenda de “Il Gattopardo”. Tomasi di Lampedusa non arrivò neanche a vederne il successo: rifiutato tante volte, il romanzo fu pubblicato postumo.
E ancora: “Mi piace come scrivi, peccato che scrivi idiozie” scrisse Goffredo Fofi al giovane autore che aveva chiesto un giudizio su un suo scritto. Ma Fofi aggiunse: “Ho visto da dove mi hai spedito la lettera, affacciati alla finestra e dimmi cosa vedi. Poi ne riparliamo”. Lo scrittore lo fece, e descrisse la realtà della sua terra. Era Roberto Saviano, e il libro nato da quel consiglio sarà “Gomorra”. Ma l’nsospettabile primatista del no è  Susanna Tamaro. Le prime due opere della celebre scrittrice (il romanzo “Illimtz” recentemente pubblicato, e la fiaba “Il falco”) hanno collezionato ben ventisei bocciature. Tra tutte le motivazioni ricevute, la Tamaro ricorda la risposta che ricevette da Einaudi: “L’unica cosa ammirabile di lei, è la caparbietà nel credersi capace di scrivere”.
E dev’essere proprio la caparbietà il segreto per riuscire, in fondo, come diceva Winston Churchill “Il successo è l’abilità di passare da un fallimento all’altro senza perdere l’entusiasmo”.

(fonte Rai Media)

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