Restiamo Umani: Korogocho

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Pubblico questo piccolo ricordo di chi è andato e ha visto. Lo pubblico così come è giunto a me, scritto di getto quasi a voler fermare un momento della vita che cambierà la percezione della vita stessa per sempre. Esperienze vissute. Il dolore dell’uomo per l’uomo che può essere più vivo di qualsiasi altro dolore.

A Nairobi, la capitale del Kenya, a 1600 m sul livello del mare, clima ottimo, piante altissime, bouganville dai colori smaglianti, strade larghe, traffico intenso, vie affollate, negozi, banche, chiese, hotels…  incontriamo Carlo Aldrighetti, volontario di Verona della ACCRI . Ci accompagna dove vive e lavora

Andiamo verso la periferia, i palazzi restano indietro. La strada ora è sterrata e tutta buche. Ci vengono incontro case basse in blocchi grigi di cemento. Bimbi, donne, uomini dal passo svelto. Poi anche le case restano indietro. La strada si stringe, in terra una minutaglia di pezzetti di stoffa a colori e foglie di mais che calpestate stanno mescolandosi alla polvere. Ai lati piccole baracche di legno una vicino all’altra e bancarelle, ora vuote, fatte di pali e brandelli di fogli di nylon che al mattino mostrano poche cose offerte in vendita, soprattutto frutta e mais. I bimbi si staccano dalle baracche e corrono da Carlo. Gli prendono la mano, sorridono alzando verso di lui occhi neri brillanti. Quei volti ci fissano sorridendo, manine bianche e nere si insinuano nelle nostre e non ci lasciano, i piedini nudi ci seguono. Arriviamo vicino ad un lago dove si specchia il cielo azzurro. Nessuno si sta bagnando in esso ed una rete con filo spinato lo cinge dalla parte dello slum (baraccopoli). Carlo ci spiega:” E’ la fogna di Nairobi. Lo chiamano il lago dei suicidi. I corpi non vengono ritrovati. Restano lì”

Davanti a noi l’azzurro diventa grigio e una scura nube si espande su Korogocho, slum dove vivono più di centomila persone. Si sente il puzzo.

Carlo si infila in uno stretto passaggio tra due casette, 30 cm di terra e di mezzo un rigagnolo nero di acqua putrida che serpeggia attorno  alle capanne. Qualche gallina, qualche capra. Siamo davanti a una porta in lamiera su cui a colori c’è disegnata una croce e una scritta “Karibu” (benvenuti). E la casa di padre Alex. Carlo, Simonetta,  Maurizia e Michela (un padre e 4 giovani). Vivono con la gente di Korogocho. Padre Alex, comboniano, è qui da anni, i volontari ACCRI da alcuni mesi.

Entriamo nel cortiletto e ci sediamo davanti alla casetta in terra legno e paglia. Ci ricorda le celle dei monaci del Monastero di Camaldoli. L’odore che impregna l’aria il caldo equatoriale sono la differenza fisica tra i due luoghi.

Bussano alla porta. Chiedono di padre Alex. Carlo parla a lungo con un giovane. Poi un altro.

Arriva Maurizia dall’ incontro con le maestre. Ha dato loro come compito per casa:  Cosa vi aspettate da Carlo e Maurizia?

Giovanni scherza: non si danno compiti per la domenica.

Usciamo. Ecco padre Alex. Davanti alla sua porta c’è un uomo per terra: dorme coperto con una stuoia da una mano pietosa. Una donna con il suo bimbo in braccio dice qualcosa in kiswahili a Padre Alex. Lui si china, solleva la stuoia, avvicina il suo volto a quel viso. ” Pombe” sussurra. È un miscuglio di alcol non raffinato col quale i poveri si ubriacano la birra costa troppo.

Rientriamo e subito ricomincia il bussare alla porta. Padre Alex si alza

” Karibu sana (benvenuto)”. Una donna ha un problema. Va via sorridendo

Cosa si aspetta la gente di Korogocho da noi, noi che dall’Italia veniamo, passiamo? Noi torneremo a casa fra giorni.

Carlo e le volontarie fra due o tre anni

Padre Alex resterà ancora qui.

La discarica il puzzo la miseria la malattia la fame saranno fino a quando?

Carlo ci dice che quando dopo un po’ conosci la gente resti annientato dai problemi che vive più che dalla situazione ambientale.

Non sai cosa dire a questa gente senza lavoro malata affamata a volte senza nessuno di famiglia ed emarginata da tutti lasciata vivere qui dal governo perché Korogocho non è un luogo appetibile per nessuno.

Cosa si aspettano questi fratelli da noi che siamo stati fortunati?

Qual è il progetto di Dio su di loro? Qualcosa si può fare?

Intanto qualcosa è cambiato per sempre dentro di noi

Ricordiamo un passo di Isaia (42,1- 4):  “Finalmente si faccia promotore della Giustizia senza paura e senza compromessi fino a quando la terra non sia Patria della Giustizia e ogni divisione non sia ricomposta”.

Nairobi 1997

Oggi, nel 2019,  a distanza di ventidue anni da quel viaggio, ci chiediamo “ Cosa abbiamo fatto per quei bambini?”

G.G.Motta

Alcune notizie: Korogocho è una lingua di terra stretta tra il Mathare River ed il Nairobi River, due fiumi neri e pieni di rifiuti e un enorme faro che tenta di illuminarla, “regalo” del governo o delle nazioni unite per ridurre il pericolo della criminalità notturna.

Korogocho è una somma di baracche senza interruzione di continuità che si affacciano sulla discarica della città: una discarica chiusa da dieci anni, ma che ancora riceve tutti i rifiuti urbani, visto che il governo non ha ancora definito una sede alternativa, una montagna di rifiuti alta almeno un centinaio di metri e lunga almeno un chilometro su cui la gente lavora, cammina, vive.

L’enorme montagna di rifiuti che domina il paesaggio e sovrasta lo slum è la discarica di Dandora, la più grande area per la raccolta di rifiuti della capitale. Raccoglie i rifiuti di 3,5 milioni di persone. 

Il nome “Korogocho”, in dialetto kikuyu, significa “confusione, caos”, ma non è questo che salta all’occhio. Si percepisce prima la sporcizia. I piedi non calpestano il terreno ma un massiccio strato di immondizia. Dal terreno spuntano oggetti di ogni tipo, brandelli di vestiti, carta, legno e plastica…. tanta plastica.

Sembra che Korogocho non sia sorta accanto ad una discarica ma sia stata costruita sui rifiuti. L’odore dell’immondizia regna sull’intera area, ci si sente assuefatti. Gli altri sensi vengono completamente annientati. Si alzano nell’aria stormi di uccellacci: sono i Marabù, spazzini quotidiani del luogo.

All’interno della discarica lavorano 10.000 persone. Bambini, donne e uomini alla ricerca di cibo, di oggetti, di sopravvivenza. Quella che per noi è solo spazzatura per loro rappresenta l’unica ricchezza. Intere giornate sotto al sole, mentre i rifiuti bruciano e l’aria si fa irrespirabile. Intere giornate sotto la pioggia, su un terreno di plastica scivoloso e tagliente.

Gli uomini caricano sulle spalle enormi sacchi carichi di ogni tipo di oggetti, le donne cercano cibo, indumenti, bottiglie: tutto ciò che è possibile rivendere o portare a casa. I bambini, il fiume di bambini che affolla la discarica, cercano di contribuire alla sopravvivenza della famiglia, o semplicemente alla propria sopravvivenza quotidiana.

Tutti setacciano la spazzatura, a mani nude o con gancetti di ferro. Si può guadagnare tra i 50 e 500 scellini al giorno: da 40 centesimi di euro a poco più di quattro euro. Il business dei rifiuti è estremamente rischioso per la salute, ma trascorrere la giornata alla ricerca di oggetti in una fumosa montagna di rifiuti è per tanti uomini e donne l’unica via per la sopravvivenza.

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La matita nel cassetto

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Quanti di noi hanno scritto qualcosa. Delle poesie, un racconto, una storia. Quanti hanno trovato nello scrivere la consolazione ad un dolore, lo sfogo in un momento difficile.

La scrittura si sa ha un potente carattere taumaturgico. Che siano brevi versi o piccole storie, che sia il racconto  fatto alle pagine di un diario o una lettera scritta ad un amico, scrivere solleva e dà conforto.

E oggi, anche se la tecnologia ha preso sempre più campo ed è sempre più difficile trovare chi affida i propri pensieri alla carta bianca, scrivere non ha smesso di mantenere il suo carattere unico ed irripetibile di grande consolatore.

Email, stati sui social, note sul tablet…. la penna sostituita dalla tastiera, la carta da uno schermo, il pensiero da nulla.

Io sono un’inguaribile romantica e affido ancora i miei pensieri a carta e matita. Rigorosamente matita. Fatta di legno e grafite.
b06481b9385313e958a311c212b3b9ec--colors-of-the-rainbow-coloured-pencilsColorate o in bianco e nero, tra le mani inesperte dei bambini pasticcioni o in quelle abilissime degli artisti,  contrassegnate con la lettera H o HB e da un numero secondo la durezza o la morbidezza del loro tratto, le matite sono simbolo di semplicità, pur non essendo tanto impegnative perché ciò che scrivono si può cancellare, ricalcare, trasformare una, dieci, cento volte.

Pochi oggetti sanno regalare emozioni paragonabili allo scorrere di una matita ben appuntita su un foglio di carta, una sensazione che comincia già dal profumo che quel pezzo di legno, di cedro rosso o di ontano, di ginepro o di tiglio, più o meno grezzo, riesce ad emanare. Lo hanno sempre saputo i maestri dell’arte di tutti i tempi, da Leonardo a Tiziano, da Caravaggio a Raffaello, che con un sottile tratto di grafite hanno disegnato schizzi, bozzetti, disegni preparatori memorabili. Lo hanno confermato i più famosi vignettisti e cartoonist, da Forattini ad Altan, da Crepax a Pratt che proprio in punta di matita hanno firmato le loro strip più ironiche o satiriche ma anche le storiche avventure dei personaggi da fumetto. Lo hanno dimostrato anche i più celebri sarti dell’haute couture che con un semplice tratto da sempre danno forma a guizzi, a mode, a sogni di bellezza disegnando silhouette da passerella proprio con un rapido schizzo.
1zntrv5-999x618A dare il nome di matita ci pensarono i latini che però con il termine «lapis haematitas», pietra di ematite, intendevano i pezzi di ossido di ferro con il quale gli antichi incidevano le rocce, mentre a denominare il minerale che forma la mina al suo interno, la grafite, fu il chimico e farmacista tedesco Carl Wilhelm Scheele: per battezzarla scelse un termine che richiamasse il più possibile la parola greca che significa scrittura. La prima matita vera e propria, la più antica del mondo, realizzata in legno di tiglio, fu scoperta all’incirca un secolo fa durante i lavori di restauro di una vecchia casa situata nella regione tedesca Swabian, sorprendentemente immobile sopra la trave del tetto, probabilmente dimenticata da un carpentiere durante la costruzione della casa, risalente al 1630, e rimasta poi nascosta lì per secoli.
A creare invece il primo esemplare da esportazione, che attraversò i secoli e i confini per la sua rigorosa bellezza fu nel 1905 il conte tedesco Alexander von Faber-Castell, capostipite di uno dei marchi più celebri per chi ama lo scricchiolio della grafite sulla carta, che decise di darle una forma esagonale per impedire che rotolando il lapis scivolasse dal tavolo. Da allora la sua Castell 9000, con l’inconfondibile fusto verde e la scritta dorata, è stata impugnata da celebri personaggi: con questa matita Joseph Beuys ha creato i suoi graffiti concettuali, Federico Fellini ha tracciato i suoi disegni ironici femminili ed extrasize e Carlo Rambaldi ha inventato l’intramontabile extraterrestre E.T.

Eppure nonostante l’aspetto ruvido e un po’ antiquato, reso più accattivante da lucidature multicolor o da forme certamente più sinuose di tanto tempo fa, le matite riescono anche a tratteggiare frivolezze, per esempio il trucco delle signore: morbide o dure, a stilo o sotto forma di eyeliner aiutano a delineare meglio il maquillage, a rendere più intenso lo sguardo e più seducenti le labbra, a modellare meglio il volto, in mille differenti colori.
Matite che sanno lasciare il segno, oggi come tanto tempo fa. Non per sempre, però, e questo è un bel vantaggio rispetto a penne e pennarelli dell’ultima generazione. Basta una passata di gomma per cancellare pensieri compromettenti, schizzi senza valore, idee mal riuscite, brutte copie senza un futuro raccontate proprio dai lapis. Basta rifare loro la punta per ricominciare a graffiare i fogli in cerca di un’ispirazione forse precaria, ma quasi sempre poetica, fino a quando le matite, consunte per l’uso, sembrano dissolversi e scomparire nel nulla. Sicuramente meno ingombranti e meno invadenti di tutte le altre diavolerie di scrittura elettronica.

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Anche Paulo Coelho ha subìto il fascino della matita, alla quale ha dedicato una storia contenuta nel libro “Sono come il fiume che scorre”.

 

 

Il bambino guardava la nonna che stava scrivendo la lettera. A un certo punto, le domandò: “Stai scrivendo una storia che è capitata a noi? E che magari parla di me?”
La nonna interruppe la scrittura, sorrise e disse al nipote:
“È vero, sto scrivendo qualcosa di te. Tuttavia, più importante delle parole, è la matita con la quale scrivo. Vorrei che la usassi tu, quando sarai cresciuto.”
Incuriosito, il bimbo guardò la matita, senza trovarvi alcunché di speciale.
“Ma è uguale a tutte le altre matite che ho visto nella mia vita!”
“Dipende tutto dal modo in cui guardi le cose. Questa matita possiede cinque qualità: se riuscirai a trasporle nell’esistenza sarai sempre una persona in pace col mondo.
Prima qualità: puoi fare grandi cose, ma non devi mai dimenticare che esiste una Mano che guida i tuoi passi. ‘Dio’: ecco come chiamiamo questa mano! Egli deve condurti sempre verso la Sua volontà.
Seconda qualità, di tanto in tanto, devo interrompere la scrittura e usare il temperino. È un’azione che provoca una certa sofferenza alla matita ma, alla fine, essa risulta più appuntita. Ecco perché devi imparare a sopportare alcuni dolori: ti faranno diventare un uomo migliore.
Terza qualità: il tratto della matita ci permette di usare una gomma per cancellare ciò che è sbagliato. Correggere un’azione o un comportamento non è necessariamente qualcosa di negativo: anzi, è importante per riuscire a mantenere la retta via della giustizia.
Quarta qualità: ciò che è realmente importante nella matita non è il legno o la sua forma esteriore, bensì la grafite della mina racchiusa in essa. Dunque, presta sempre attenzione a quello che accade dentro te.
Ecco la quinta qualità della matita: essa lascia sempre un segno. Allo stesso modo, tutto ciò che farai nella vita lascerà una traccia: di conseguenza impegnati per avere piena coscienza di ogni tua azione.”

[Paulo Coelho, da Sono come il fiume che scorre, 2006]

 

Il Ghost Writer

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Il ghostwriter (in inglese «scrittore fantasma») o scrittore ombra è un autore professionista pagato per scrivere libri, articoli, storie e pubblicazioni scientifiche  ufficialmente attribuiti a un’altra persona.

Ghost Writer in Italia: La questione riguardante il diritto d’autore italiano e il fenomeno del ghostwriting è molto complessa. Il ghostwriting è una forma di “plagio autorizzato“: il committente si appropria della paternità dell’opera senza esserne l’autore originale grazie ad un patto che viene concordato tra le due parti. Lo scrittore ombra accetta una somma di denaro in cambio del suo lavoro e del suo silenzio e permette al committente di far liberamente uso dell’opera. Più precisamente “essendo titolare del copyright, il committente è l’unico proprietario dei diritti d’autore. Suoi, pertanto, sono gli eventuali guadagni derivanti dalla pubblicazione dell’opera, dalla vendita della sceneggiatura e da quant’altro connesso alla paternità del lavoro. Lo scrittore ombra non ha nulla a pretendere, come da specifica clausola contrattuale

Ghost Writer nel mondo: Gli scrittori ombra spendono spesso mesi o interi anni nella ricerca, nella scrittura e nel montaggio di lavori per un cliente e vengono pagati in diverse maniere: per pagina, con un forfettario, con una percentuale delle royalties delle vendite o con una combinazione di questi. Farsi scrivere un articolo può costare 4 dollari per parola o più, in base alla complessità dell’articolo. L’agente letterario Madeline Morel afferma che la media degli anticipi richiesti dai ghostwriter per un lavoro varia “tra 30.000$ e 100.000$” Secondo la Ghostwriters Inc, un’azienda di ghostwriting professionale, questa parcella fissa è solitamente vicina a una media che va da 12.000$ a 28.000$ per libro. Assumendo il ghostwriter per questi prezzi fissi, i clienti tengono per sé tutte le royalities post-pubblicazione e i profitti.

In Canada, la Writer’s Union (un’associazione di scrittori) ha stabilito un tariffario minimo per il ghostwriting. Il pagamento minimo per un libro di 200-300 pagine è di 25.000$, pagati a vari stadi della bozza del libro. Le tariffe per la ricerca sono un extra, al di fuori di questo minimo.In Germania, la tariffa media per un servizio di scrittura ombra confidenziale è di circa 100$ per pagina.

In Italia siamo ben lontani sia da queste cifre sia da un minimo di regolamentazione.  E’ comunque buona norma. se cercate un ghost writer, affidarsi a professionisti con P. Iva e pretendere contratti chiari dove sia messa in evidenza la “clausola di riservatezza”.

E adesso un piccolo promo….  in fondo è anche il mio lavoro

Cosa è un ghost writer

 

 

L’arte di Cristina Castellani

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1452023_457786224326705_1816476452_nCristina Castellani, nata a Roma,risiede ed opera nel proprio studio, a Nettuno,sul mare. Pittrice surrealista onirica si e’ formata alla scuola delle arti ornamentali di via S. Giacomo in Roma.

Ha partecipato a mostre collettive  e varie personali  ricevendo successi di critica, pubblico e vendite. Sue opere si trovano in collezioni private e straniere.

Mi emoziona l’opera di Cristina, mi emozionano i colori, la luce dei suoi quadri, le sue visioni. Vedere una sua opera è viaggiare in mondi sconosciuti, mondi dell’anima, mondi delle emozioni.

Nei suoi lavori c’è qualcosa di estremamente affascinante, qualcosa che cattura, che lascia il segno. Sono immagini che ti entrano dentro e che rimangono lì, quasi a farti compagnia, quasi a non farti più sentire solo.

Conoscendo Cristina ci si accorge che lei è come i suoi quadri: una esplosione di colori. E’ vitale, entusiasta e matta, completamente matta, di quella follia tipica degli artisti.

Scrive anche poesie, Cristina, poesie che richiamano i suoi quadri…

DI FRONTE AL MARE

Dolce silenzio

musicato solo

dal contrasto del vento sulle onde…

Porti con te il mio vagare

nel tuo movimento costante.

L’infinità mi assorbe.

Ed io

odo l’armonia

della tua grandiosità!

Che dire?!  A me Cristina piace.

 

 

SEDICI TIPI DI SCRITTORI

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Voglio proporvi un interessante articolo trovato in rete (fonte Sul Romanzo) che in maniera molto precisa tende ad individuare le categorie di scrittori. Devo ammettere che le trovo forse un po’ rigide perché sono fermamente convinta che chi scrive possa adeguare e adattare lo stile alla storia. Ma in linea generale sono interessanti, soprattutto per la corrispondenza tra lo stile usato e la tipologia di testo.

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Che tipo di scrittore sei? Chissà quanto volte ti è stata fatta questa domanda (o te la sei fatta tu stesso), ma sei riuscito a dare una risposta precisa e immediata? Forse starai pensando che è molto difficile.

Ebbene, ti sorprenderà scoprire che esistono ben 16 categorie di scrittori delineati sulla base dello stile di scrittura, seguendo il modello degli indicatori di personalità di Myers-Briggs.

Prima di entrare nel merito delle categorie per definire che tipo di scrittore sei, ecco gli indicatori di base:

E e A = Dialogo espressivo vs. Dialogo asciutto

B e D = Descrizioni brevi vs. Descrizioni dettagliate

C e S = Prosa complessa vs. Prosa semplice

L e V = Ritmo lento e Ritmo veloce
1. EBCL

Dialoghi espressivi. Descrizioni brevi. Prosa complessa. Ritmo lento. Più comune nella narrativa a carattere sportivo e ricreativo, militare e storico.

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2. EDCL

Dialoghi espressivi. Descrizioni dettagliate. Prosa complessa. Ritmo lento. Più comune in narrativa a carattere militare, storico e biografico.

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3. ADCL

Dialogo asciutto. Descrizioni dettagliate. Prosa complessa. Ritmo lento. Più comune in libri che hanno a che fare con la cucina, salute, benessere e scienze.

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4. ABCL

Dialogo asciutto. Descrizioni brevi. Prosa complessa. Ritmo lento. Più comune nei settori relativi al mondo del business e dell’economia, dell’istruzione e del self-help.

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5. EBSL

Dialoghi espressivi. Descrizioni brevi. Prosa scarna. Ritmo lento. Più comune nella science fiction, nel mistery e nella narrativa per i ragazzi.

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6. EDSL

Dialoghi espressivi. Descrizioni dettagliate. Prosa scarna. Ritmo lento. Molto comune nel fantasy, nella science fiction e nella narrativa per ragazzi.

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7. ADSL

Dialogo asciutto. Descrizioni dettagliate. Prosa scarna. Ritmo lento. Comunque nella narrativa umoristica, nei libri di cucina e nella saggistica per ragazzi.

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8. ABSL

Dialogo asciutto. Descrizioni brevi. Prosa scarna. Ritmo lento. Più comune in testi che riguardano le arti performative, la religione e il self-help.

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9. EBSV

Dialoghi espressivi. Descrizioni brevi. Prosa scarna. Ritmo veloce. Più comuni nel fantasy e nel mistery.

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10. EDSV

Dialoghi espressivi. Descrizioni dettagliate. Prosa scarna. Ritmo veloce. Più comuni nel miystery, thriller e romance.

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11. ADSV

Dialogo asciutto. Descrizioni dettagliate. Prosa scarna. Ritmo veloce. Più comuni nei romance, nella narrativa erotica e nella narrativa letteraria.

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12. ABEV

Dialogo asciutto. Descrizioni brevi. Prosa essenziale. Ritmo veloce. Più comune nella narrativa e nella saggistica per ragazzi e nella narrativa letteraria.

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13. EBCV

Dialoghi espressivi. Descrizioni brevi. Prosa complessa. Ritmo veloce. Più comuni nella narrativa storica e di stampo militare.

14. EDCV

Dialoghi espressivi. Descrizioni dettagliate. Prosa complessa. Ritmo veloce. Più comuni nei romanzi d’avventura, nella science fiction e nel fantasy.

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15. ADCV

Dialogo asciutto. Descrizioni dettagliate. Prosa complessa. Ritmo veloce. Più comune nella narrativa letteraria, nelle biografie e nel crime.

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16. ABCV

Dialogo asciutto. Descrizioni brevi. Prosa complessa. Ritmo veloce. Più comune nei romanzi storici, e nella narrativa letteraria.
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Può darsi che in qualcuna di queste categorie vi siate riconosciuti. Sarebbe divertente sperimentare un mix degli stili. Perché non provare?

Otto parchi letterari di Sicilia – Un tour attraverso i luoghi dei grandi scrittori siciliani per riassaporare tra tradizione e immaginazione i paesaggi della letteratura

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Sicilia bedda, Sicilia di sole, amore e povertà. Ma soprattutto Sicilia, terra di narratori e poeti che ispirò versi e storie e di questi ne fa patrimonio.

La “Trizza” di Verga, la Siracusa di Elio Vittorini, la splendida Agrigento di Pirandello o quella immaginaria cittadina di Regalpetra, la Racalmuto di Sciascia, fatta di scuole e parrocchie: per chi volesse rivivere, non più solo con la fantasia, i luoghi che hanno ispirato le opere dei grandi scrittori siciliani del Novecento, ecco alcuni dei più suggestivi parchi letterari della Sicilia.

Primo fra tutti, dalla punta dell’Isola, il “Parco Letterario Horcynus Orca” dedicato a Stefano D’Arrigo, scrittore di Alì Terme, Messina. Dal percorso seguito dal protagonista del famoso romanzo di D’Arrigo, ‘Ndrja, il parco abbraccia tutta l’area dello Stretto di Messina, la piana di Gioia Tauro, le Isole Eolie e l’Etna. Un percorso ideale per chi vuole concedersi viste mozzafiato o scenari tipici siciliani con feluche e pescatori.

Interno della casa di Giovanni Verga a Catania

Interno della casa di Giovanni Verga a Catania

Scendendo più a sud, sempre nella parte orientale dell’Isola, incontriamo Aci Trezza, a Catania, luogo legato per antonomasia ai Malavoglia di Verga, scrittore verista originario di Vizzini. Il Parco letterario dedicato allo scrittore si snoda lungo lo scenario suggestivo e mitologico della riviera dei Ciclopi, con i suoi tre caratteristici faraglioni, oggi scenario del rito “U pisci a mari”. Il percorso continua poi con il Castello Normanno e il paesino di Aci Trezza con i luoghi dei “Malavoglia”, la casa del nespolo, le viuzze, la piazza, la fontana, la chiesa. Infine, i luoghi della pellicola di Visconti “La terra trema” e l’ultimo percorso della barca Provvidenza, dal porto di Aci Trezza verso Capo Mulini e il fiume Aci.

Proseguiamo con il “Parco Letterario Elio Vittorini” a Siracusa. I luoghi vissuti e narrati dallo scrittore, sin dal suo “Conversazione in Sicilia”, un percorso fatto di sentimenti e di storia, seguendo vita e opere dell’autore: l’isola di Ortigia con i tesori del centro storico, la passeggiata al Ponte Umbertino, per arrivare alla scenografica Piazza Duomo dalla forma ellittica. E ancora, ilMuseo del Cinema, nel palazzo nobiliare Corpaci, dove vengono proiettati film ispirati ai suoi romanzi come “Uomini e no” di Valentino Orsini del 1980 con Flavio Bucci e Monica Guerritore.

Giù per Ragusa, incontriamo poi il “Parco Letterario Salvatore Quasimodo”, nato dall’idea di Alessandro Quasimodo, unico erede vivente dello scrittore modicano. Il Parco ha sede a Modica, nella casa museo intitolata a Quasimodo arricchita dalla “Quasimodoteca” sita sulla piazza principale della città: un percorso scenograficamente articolato attraverso pannelli che consentono una virtuale immersione nella poesia. Il tour Quasimodiano lega tra di loro tutte le località di ispirazione quasimodiana: Modica, Siracusa, l’Anapo, Roccalumera, Messina, Tindari, isole Eolie. Sono previste delle tappe ad Agrigento, Taormina, Palermo, Selinunte ed Erice.

Nell’entroterra siciliano, nella provincia di Enna si estende il “Parco Letterario Nino Savarese”, dedicato allo scrittore, saggista e poeta ennese. Il percorso parte da Enna, dalla Rocca di Cerere e dal Castello di Lombardia; si passa, poi, dalla valle-quartiere di Valverde, nella tradizione dimora di Demetra, sino ad arrivare alla torre di Federico. Scendendo per il centro storico, si passa per la chiesa Madre e i due musei, Alessi e Varisano. Poi si va per chiese, monasteri, palazzi antichi (Chiara monte, Pollicarini, Benedettini, Varisano) e così via, nel cuore della città. Di seguito incontriamo il villaggio Pergusa con il suo mitico lago, la zona di Grottacalda, Valguarnera e poi giù sino ad Aidone con gli scavi di Morgantina e Piazza Armerina.

Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia

Nel nisseno, impossibile non citare il “Parco Letterario Leonardo Sciascia”, immerso tra borghi silenziosi e zolfatare. Il Parco Letterario è suddivisibile in vari itinerari: un primo e generale itinerario è quello ferroviario. Si tratta di due percorsi, che congiungono, il primo, Caltanissetta, Racalmuto e Agrigento, percorrendo così il primo viaggio che fece Sciascia bambino; il secondo Villarosa, Imera, Caltanissetta Xirbi e Mimiani-San Cataldo, che attraversa i principali scali minerari del nisseno.

Casa natale di Luigi Pirandello ad Agrigento

Casa natale di Luigi Pirandello ad Agrigento

Grande maestro del Novecento e dell’umorismo “smascherato” fu poi Pirandello, la cui anima ancora riecheggia ad Agrigento. Cuore del parco la sua casa natale, sita in contrada Caos e divenuta casa-museo. A seguire, la memoria dello scrittore agrigentino si estende lungo la Passeggiata al Pino verso la tomba dell’autore, il teatro e la biblioteca a lui dedicati e Porto Empedocle.

Ultimo, il padre del Principe di Salina, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il Parco Letterario intitolato allo scrittore, palermitano di nascita, comprende un vasto territorio della Sicilia occidentale che da Palermo, Villa Boscogrande, dove lo scrittore nacque e scrisse “Il Gattopardo”, bestseller del ’58, si estende a Santa Margherita di Belice nello splendido palazzo Filangeri Cutò, dove trascorse l’infanzia e a Palma di Montechiaro, feudo di famiglia.

Fonte: Balarm